È stato geniale in origine riuscire a giustificare in maniera accademica il proprio e l’altrui ritardo. No, niente di geniale. È stato dettato dalle esigenze dell’epoca in cui si originò tale tradizione. Ora provate, nonostante la vostra attuale lettura da internet, a dimenticarvi della tecnologia elettronica a nostra disposizione oggi, dimenticatevi poi di quella più semplice e precedente, cioè quella meccanica, ed avrete fatto un balzo indietro nella storia di qualche secolo.
Ecco da dove ha origine il quarto d’ora accademico. Da secoli fa. Da quando la scienza meccanica non aveva ancora scoperto come “ridurre la visione del tempo” in una tasca. In altre parole bisogna tornare al tempo in cui non era ancora stato pensato, progettato e prodotto l’orologio da tasca. La tradizione risale ai tempi delle prime antiche università (Padova 880 d.C., Parma 962 d.C., Bologna 1088 d.C., Oxford 1096 d.C., Cambridge 1208 d.C.), quando il tempo era scandito dai carillon delle chiese. Al din-don delle campane gli studenti avevano un quarto d’ora di tempo per raggiungere le aule universitarie. Nei tempi odierni l’usanza è mantenuta specialmente in quei campus universitari di grandi dimensioni, per i quali è necessario, a docenti e studenti, tempo per muoversi da un’aula all’altra. Beh, questo ritardo giustificato ci sta. È comprensibile.
Ciò che non è comprensibile è come oggi giorno, con la tecnologia a nostra disposizione, oltre ad un orologio al polso, si possa giustificare il quarto d’ora accademico di ritardo a quei professionisti (medici, specialisti, avvocati, notai, ingegneri, ecc.) usciti da università moderne che hanno preso proprio dal mondo accademico che li ha educati il vizio, o meglio quell’odiato ed insopportabile vizietto, del giustificato ritardo accademico. Cosa li giustifica? Una laurea accademica, un sapere accademico, una professione accademica, l’appartenenza accademica ad una casta, un sfregio accademico, un riconoscimento accademico, ecc. Tutto ciò basta secondo voi a giustificare il fatto che li avete aspettati inutilmente per un quarto d’ora? Vi è successo? Quante volte? È piacevole? È piacevole ascoltare scuse per il ritardo accademico altrui?
Ecco cosa ne pensa un coach:”Il quarto d’ora ci sta, ma solo se è d’anticipo”. Queste le parole di Vincent Lombardi, numero uno dei coach di football americano, tanto che il trofeo per il Super Bowl è il “Vince Lombardi Trophy”. Ora è un motivatore ed autore best-seller di innumerevoli libri motivazionali.
Che posso dire io.
Nel 1988, all’inizio della mia esperienza come coach per lo sviluppo delle risorse umane, sono stato “indotto a scegliere” di mettere il mio orologio avanti di un quarto d’ora e di attenersi a quello che era e sarebbe diventato per sempre il mio orario ufficiale. Da allora è così. E da allora questa semplice distorsione temporale soggettiva è divenuta oggettiva negli affari così come nelle relazioni. Questo quarto d’ora di anticipo, anzi questa mezz’ora di anticipo sul “ritardo accademico” mi ha consentito e mi consente di trasformare questa abitudine in denaro negli affari ed in affidabilità nelle relazioni.
A voi le considerazioni. Quelle personali intendo.
Quelle che ci fanno riflettere sul nostro passato e presente comportamentale e sugli effetti passati e presenti del nostro ritardo. Mi ha mai reso prospero in denaro, affetti, relazioni, riconoscimenti, premi, e sentimenti? Il mondo accademico giustifica il ritardo che molti non tollerano e che alcuni non giustificano neppure a se stessi. La puntualità costa organizzazione, il ritardo causa danni di gran lunga maggiori a costi per organizzare la propria puntualità, negli appuntamenti con il prossimo così come nel raggiungimento degli obiettivi personali pianificati. Questo vale per il singolo, per la comunità, per le organizzazioni tutte. Quelle umanitarie così come quelle a scopo di lucro come le multinazionali. Colui e coloro che hanno investito ed investono in organizzazione per la pianificazione, la gestione e la massimizzazione della risorsa tempo emergono, si distinguono ed eccellono.
Ah, dimenticavo, nel 1988 ho frequentato un corso di time management. Oggi siamo ad un passo dal mettere l’impronta umana su Marte e nel modello accademico scolastico ed universitario italiano la materia è ancora sconosciuta.
Incredibile direste. No, credibile, considerando lo stato attuale della scuola pubblica e della “cosa pubblica”. Opere pubbliche iniziate e consegnate con costosissimi ritardi a carico dei contribuenti. Questo quando va bene. Altre volte tali opere rimangono incompiute. Sprechi ed ancora sprechi. Per l’incapacità di organizzare il tempo in relazione alle risorse da pianificare (umane e non) per il raggiungimento degli obiettivi nelle giuste scadenze. Ritardi nella magistratura, ritardi nei servizi pubblici, ritardi nei trasporti pubblici, ritardi nei pagamenti dello stato ai fornitori.
Time management… questo sconosciuto!
Un puntuale saluto a tutti.

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